Fin dai tempi di Herman Hesse l'India
e la sua cultura millenaria hanno affascinato l'Occidente con
immagini di pace e misticismo, in antitesi al nostro frenetico materialismo.
In realtà ancor prima di quel periodo altri occhi si erano
posati sul subcontinente indiano: spagnoli e portoghesi prima
(dal XVI secolo), francesi ed inglesi poi lottarono per impadronirsi
dell'enorme patrimonio di ricchezze di questa nazione, finché
l'Inghilterra ebbe la meglio, istituendo tra l'altro la brutale
Compagnia delle Indie.
La realtà indiana che attualmente, dopo l'indipendenza
raggiunta nel 1947 è quella di una nazione piena di contraddizioni:
una nazione che sviluppa la bomba atomica mentre milioni di persone muoiono
di fame; una terra ricca di misticismo ma contestualmente di molta sofferenza,
dove ancora si muore di malattie scomparse da decenni in quasi tutto il mondo.
Sentiamo che bisogna fare qualcosa. Ma che cosa dovremmo fare?
Partire noi stessi portando medicine e cibo da distribuire? Partire
con libri e strumenti per fare quello che Gandhi chiamava "insegnare
loro a pescare"? Ma non sarà che, in realtà, loro
sanno già pescare? Noi siamo stati in India e abbiamo visto
quanto fosse distorta l'immagine che ne avevamo.
Ci siamo trovati di fronte a una realtà di estrema povertà
ma anche piena di risorse e potenzialità sia sul piano
umano che culturale. Quello che abbiamo capito è che non
dobbiamo "insegnare" niente ai medici, agli ingegneri, agli insegnanti
indiani.. Piuttosto è necessario collaborare in modo costruttivo
con loro, in modo da aiutarli a reperire risorse che gli permettano
di sfruttare e sviluppare meglio le capacità che già
possiedono sia a livello individuale che di popolo.
Al terzo mondo non mancano né la cultura né le capacità.
Sicuramente mancano i mezzi, ma ancor di più manca la fiducia
nelle proprie possibilità. Nei paesi del terzo mondo non
mancano persone di buon livello culturale e professionale. Il
vero problema è l'oggettiva mancanza di risorse economiche
e la dipendenza che ciò genera nei confronti dei "bianchi".
In India, come in occidente e nel resto del mondo, si crede che
il denaro sia tutto e che niente si possa fare senza di esso.
Questo si esaspera nella pratica generando una vera e propria
dipendenza psicologica del popolo indiano nei confronti dei "tutori
bianchi" che detengono le risorse economiche. Poco importa che
si tratti della multinazionale che sfrutta o della ONG che aiuta.
CAMPAGNE DI APPOGGIO UMANO
La nostra associazione è formata da membri del Movimento
Umanista. È proprio il Nuovo Umanesimo Universalista il nostro
punto di riferimento per l'analisi delle problematiche attuali
e per la metodologia d'azione utilizzata. In questo contesto riteniamo
importante che le campagne che realizziamo in India non si limitino
al semplice aiuto economico. La nostra impostazione è quella
di sostenere in modo solidale l'attività di tutte le persone
che vogliano trasformare la realtà in cui vivono in una
direzione più umana. Si tratta di un appoggio sia materiale che
personale, da pari a pari in un processo di arricchimento reciproco.
AUTORGANIZZAZIONE
Formiamo gruppi di volontari locali che elaborano con noi
progetti di utilità sociale. Queste persone si fanno carico
in tutto e per tutto dell'implementazione pratica delle attività.
Il nostro apporto su questo piano si limita a contribuire con
aiuti materiali soltanto quando un'attività è già
in moto in autonomia. L'altro nostro apporto fondamentale
è la formazione personale dei volontari, sia in termini
di capacità organizzative che di capacità di sviluppo
delle proprie potenzialità personali.
Attraverso le attività così "autorganizzate" si raggiunge
un duplice scopo: da una parte quello di dare una risposta concreta
alle necessità vitali della comunità, dall'altra
quello di porre le basi affinché ogni persona, lavorando insieme
ad altre in modo solidale, prenda coscienza della possibilità
concreta di cambiare le sue condizioni di vita e di innescare
un processo di trasformazione di tutta la società. La nostra
proposta non è quella di portare semplici aiuti umanitari:
vogliamo principalmente attivare la base sociale in azioni autorganizzate.
Vogliamo stimolare la popolazione a prendere coscienza delle
proprie possibilità in modo che tutti possano coinvolgersi
in prima persona.
RECIPROCITÀ
Oltre che sull'autorganizzazione le nostre campagne si basano
sul principio di reciprocità, secondo il quale si offre
aiuto a patto che chi lo riceve si impegni a sua volta a dare.
Così le campagne si possono estendere per dinamica propria
a un numero sempre maggiore di persone. Dal punto di vista personale,
inoltre, consideriamo che ricevere passivamente aiuto non solo
non risolva definitivamente i problemi, ma sia anche mortificante.
Chiedendo reciprocità vogliamo dare a tutti la possibilità
di riscattare la propria dignità e la propria potenzialità
umana.