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Il vaccino potrebbe essere l'arma che
oggi manca per combattere la malaria là dove sono più
sfavorevoli le condizioni ambientali e sociali: ma la sua messa
a punto è resa particolarmente difficile dai diversi stadi
di sviluppo del parassita, ciascuno con caratteristiche molecolari
e biologiche diverse, a volte molto variabili. E' come trovarsi
di fronte, in pratica, a tre agenti patogeni diversi, senza sapere
quale attaccare per bloccare l'infezione.
I primi tentativi di immunizzare contro
la malaria risalgono agli anni sessanta, quando alcuni ricercatori
avevano osservato gli effetti protettivi di plasmodi attenuati,
provenienti da zanzare irradiate. Ma il primo vero vaccino è
stato messo a punto vent'anni dopo dal colombiano Manuel Patarroyo,
che ha utilizzato un cocktail di peptidi sintetici corrispondenti
a proteine espresse dal parassita in varie fasi della sua maturazione.
I primi risultati nelle scimmie avevano acceso molte speranze, anche
se il modo di procedere del ricercatore, ritenuto troppo grossolano,
aveva suscitato molte critiche. Passando all'uomo, però,
gli entusiasmi si sono presto raffreddati: in Africa il vaccino
è risultato assai poco protettivo, e nell'ultimo studio,
condotto in un campo profughi della Thailandia e terminato nel 1995,
la sua efficacia appariva praticamente nulla. D'altra parte l'OMS
aveva già ritenuto il vaccino insufficiente, sospendendo
le sperimentazioni su vasta scala.
Gli studi sono tuttavia continuati,
e proprio all'inizio di quest'anno si sono avuti i primi positivi
riscontri di un altro vaccino, sviluppato dal Walter Reed Army Institute
in collaborazione con la SmithKline Beecham Biologicals.
"E' il primo vaccino ottenuto
grazie alla clonazione dei geni del plasmodio" dice José
Stoute, uno dei ricercatori impegnati nel progetto. "Si basa
su un solo antigene superficiale dello sporozoita, la proteina circumsporozoita,
che viene iniettata in associazione con composti immunostimolanti
per potenziare la risposta immunitaria". Anche se deve ancora
essere valutato nelle zone endemiche, rappresenta
un notevole progresso, perché dimostra che l'immunizzazione
contro un singolo antigene sporozoitico è in grado di arginare
l'infezione, e sottolinea il ruolo degli adiuvanti immunologici.
A questo punto ai ricercatori si aprono
molte strade: tutte le fasi di sviluppo del parassita possono infatti
diventare bersaglio della risposta immunitaria, e le tecniche per
costruire e potenziare un vaccino sono sempre più numerose
e sofisticate. Alcuni dei vaccini in fase di studio sono indirizzati,
come quello di Patarroyo, contro i plasmodi che si trovano nei globuli
rossi; non bloccano l'infezione, ma dovrebbero essere capaci di
prevenire i sintomi. Uno dei più studiati si basa su una
proteina di superficie dei merozoiti (MSP1), che ha dimostrato di
conferire protezione ad alcuni animali, e non presenta - caratteristica
preziosa - variazioni antigeniche.
Altri tentativi si rivolgono verso
i gameti del parassita: sono i cosiddetti "vaccini altruistici",
che non hanno effetti sulle persone vaccinate, ma interrompono la
trasmissione del plasmodio agendo contro i gameti nell'intestino
della zanzara.
Un sistema molto usato è quello
di potenziare i vaccini con adiuvanti immunologici: appare promettente
l'impiego di liposfere biodegradabili, cioè di piccolissime
vescicole lipidiche che contengono al loro interno l'antigene. Oltre
a costituire un ottimo veicolo per il rilascio controllato del materiale
antigenico, potenziano la risposta immunitaria perché fungono
da adiuvanti e presentano in modo ottimale gli antigeni ai macrofagi.
Ma l'approccio più rivoluzionario è rappresentato
dai vaccini a DNA. Anziché immettere l'agente patogeno, o
una parte di esso, in forma attenuata, per suscitare la risposta
immunitaria vengono introdotti suoi frammenti di DNA che codificano
un determinato antigene. Inglobando i nuovi geni, le cellule del
soggetto vaccinato acquisiscono la capacità di sintetizzare
ex novo la proteina antigenica: l'organismo la riconoscerà
come estranea e lancerà l'attacco immunitario, che risulterà
indirizzato anche contro il vero antigene del microrganismo patogeno.
Il soggetto sarà così immunizzato contro l'agente
senza esserne venuto in contatto.
La genetica offre vantaggi sul piano
dell'allestimento dei vaccini, della conduzione dei test e della
produzione su larga scala; consente di eliminare le elaborate e
costose procedure di controllo e purificazione dei vaccini tradizionali,
annullando il pericolo di contaminazione e i rischi legati all'impiego
di agenti patogeni vivi o attenuati.
Per questo i vaccini a DNA oggi allo
studio sono parecchi: contro l'epatite B e C, contro l'HIV, la tubercolosi,
l'influenza e diverse altre malattie virali e parassitarie, tra
le quali non poteva mancare la malaria. "Di tutte le tecnologie
disponibili, quella che prevede l'utilizzo di DNA sembra offrire
i migliori presupposti per lo sviluppo di un vaccino contro le varie
fasi del plasmodio, capace di indurre tanto una risposta immunitaria
umorale quanto una risposta citotossica, entrambe ritenute indispensabili
per contrastare l'infezione malarica" spiega Guido Grandi,
responsabile del Dipartimento di biologia molecolare della Chiron
Vaccines italiana. Si è visto infatti negli animali che mentre
gli antigeni sintetizzati inducono la formazione di anticorpi, i
frammenti di DNA che lavorano all'interno della cellula stimolano
una reazione cellulomediata. L'azienda di Siena è impegnata
anch'essa sul fronte della malaria, e sta cercando di sfruttare
la possibilità di associare nello stesso vaccino più
frammenti di DNA che codificano antigeni diversi. "Stiamo lavorando
a un vaccino basato su un cocktail di cinque geni che codificano
altrettanti antigeni appartenenti a vari stadi di sviluppo. Iniettato
nel topo, determina una risposta anticorpale contro tutti gli antigeni
utilizzati, e i test di immunofluorescenza dimostrano che gli anticorpi
sono in grado di riconoscere le diverse fasi del plasmodio".
Negli Stati Uniti è invece a
buon punto il progetto, realizzato dal Naval Medical Research Institute,
di un vaccino a DNA che codifica la proteina circumsporozoita del
plasmodio; i risultati ottenuti nei roditori appaiono incoraggianti,
tanto che la sperimentazione sull'uomo potrebbe cominciare entro
l'anno.
"I geni sono introdotti sotto
forma di plasmidi mediante una semplice iniezione muscolare: questo
è sufficiente a far entrare il DNA nelle cellule dell'ospite,
anche se sono poco chiari i meccanismi per cui ciò avviene"
commenta Grandi. L'utilizzo del "gene-gun", la speciale
arma che spara DNA nelle cellule, è ancora troppo complesso
e impensabile su vasta scala. "La sicurezza di questi vaccini
è garantita dal fatto che i frammenti di DNA estraneo non
vengono integrati, come si potrebbe pensare, nel DNA delle cellule
dell'ospite, ma rimangono isolati, in forma di episomi, così
da poter essere degradati e scomparire dopo aver assolto al loro
compito di esprimere l'antigene".
Cristina Barlera |